6# Farfalle di Giugno (Parte I)

Cercavo di scacciare i sensi di colpa per quello che stavo facendo, mentre il treno sferragliava lungo le campagne toscane portandomi verso Firenze.

Ci avevo provato sul serio.

Mi ero realmente impegnata .

Mi ero chiusa a chiave dentro al mio silenzio ed avevo testardamente tenuto duro, giurando a me stessa di rimanere fedele alla mia promessa e di non sentirlo più, se non per motivi lavorativi.

..Le mie buone intenzioni erano (ahimè) durate ben poco.

Il tempo di:  “ Il 2 Giugno pensavo di andare al Museo di Storia Naturale” che già progettavamo i dettagli della nostra nuova avventura fuori porta insieme.

Non avevo molte scusanti a cui aggrapparmi questa volta. La mia tanto celebrata forza di volontà era stata cacciata nell’antro più lontano dei miei pensieri e se timidamente cercava di riaffacciarsi sotto forma di sensi di colpa veniva attaccata seduta stante da una raffica di osservazioni, con le quali cercavo freneticamente di giustificare le mie azioni.

Siamo solo amici, non sto facendo nulla di male” era diventato il mio mantra preferito e continuavo a ripetermelo anche mentre, scendendo dal treno, cercavo il suo sguardo tra la folla.

Lo trovai impalato lì, ad attendermi come un soldatino.

Pioveva.

Forse è meglio chiamare un taxi” disse osservando con preoccupazione la pioggia fine che picchiettava sul marciapiede.

Cercai di trattenere un sorriso. Era per questa sua totale ed ingenua sincerità che sentivo di non poter più fare  a meno della sua compagnia. Se ne usciva con frasi così assurde e fuori luogo a volte, che lo rendevano adorabilmente inadatto alle situazioni più semplici.

Non sapevo che studi recenti confermassero l’elevatissimo tasso di letalità di due gocce di pioggia

Sfoderai l’ombrello dalla borsa, come un coniglio dal cilindro di un prestigiatore.

Ne ho preso uno grande. Tanto sapevo che tu non lo avresti portato.

Sei lungimirante

No. Sono una donna!”

Arrivammo al museo (completamente asciutti) senza neanche accorgercene.

Mi catapultai davanti alla teca delle farfalle. Ho sempre avuto una propensione particolare per quei piccoli insetti mutaforma, mi affascina la loro capacità di di trasformarsi da bruchi minacciosi in esserini leggiadri e di poter vivere così più vite, passando da essere brutti anatroccoli a splendidi cigni.  Sfoderai le mie lezioni di zoologia con aria saccente perdendomi in lunghe osservazioni sul loro ciclo vitale, mentre indicavo con la frenesia di una bambina i colori sfavillanti delle loro ali.

Come fai a sapere tutte queste cose?

Ero cresciuta a pane e libri di Konroad Lorenz. L’etologia era un mondo che mi apparteneva da sempre e provavo un euforico piacere nel poter finalmente insegnare qualcosa a chi, negli ultimi mesi, aveva insegnato tanto altro a me. Aveva il sapore dolce della rivincita.

Continuai a ruota libera vagando da un padiglione all’ altro ed insieme ridemmo fino allo sfinimento immersi nei dettagli della natura di tutto il mondo. Attraversammo continenti, esplorammo insieme boschi e deserti. Navigammo addirittura nell’oceano:

“Ma questi rametti che cosa sono?” disse indicando una teca enorme.

“Ma quali rametti…sono fanoni!” 

La sua espressione interrogativa era la breccia che cercavo per continuare a trivellarlo di insegnamenti. Stavo cominciando ad appassionarmi a quel gioco.

Fanoni. I “denti” delle balene. Hai presente?”

Mi guardò con espressione corrucciata ed io scoppiai nuovamente a ridere.

Ero felice.

No, non ero solo felice, mi sentivo letteralmente scoppiare di felicità. Mi sembrava di non essere stata così felice da moltissimo tempo. Un tempo così lungo che non riuscivo davvero a ricordare.

Avevo solo un pensiero: Non volevo che quella felicità che stavo provando finisse mai. 

Continuavo a rimuginare intensamente su queste parole che mi frullavano in testa, mentre, all’uscita del museo, lo osservavo aggirarsi indeciso nel Bookshop, scegliendo con cura il libro per bambini da portare in regalo alla sua Piccola Principessa.

Con il libriccino ancora tra le mani (gli Animaletti del Bosco avevano sbaragliato i Cuccioli della Fattoria per chi se lo stesse chiedendo) mi lanciò uno sguardo sfuggente e timidamente sussurrò sottovoce:

“Pensavo…ti andrebbe di andare a fare merenda?”

Il mio cuore sembrò fermarsi per un momento. Annuii mentre ascoltavo la mia felicità dilatarsi ed abbracciarmi stretta, come se quell’ invito fosse tutto ciò che da tempo stavo aspettando.

 

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