pellegrina e Finisterre

#12 Il Cammino di Santiago – Parte 2

il cammino di santiago – parte 2

La cattedrale di Santiago de Compostela si stagliava davanti a me: immensa, imponente, semplicemente magnifica.

Ero orgogliosamente seduta sul ciottolato della piazza che la circondava, insieme a tutti gli altri pellegrini che erano giunti con me alla loro meta in quel giorno di inizio Settembre. Ricordo di non essermi mai sentita parte di un Tutto come in quel momento: ero nei semicerchi di persone di cui non conoscevo neanche il nome che riposavano gli arti indolenziti dai chilometri percorsi, nelle risa dei bambini che giocavano sul selciato poco lontano, nell’ odore di incenso che si sprigionava come polvere di fata nell’ aria e che inspiravo a pieni polmoni senza riuscire a saziarmene mai.  Mi sentivo in qualche modo indissolubilmente legata a quel luogo e a quella gente, mi sembrava di riscoprire quel briciolo di fiducia nell’ umanità che in quell’ anno confuso e pesante avevo rischiato di smarrire.

Ripensavo a me stessa e a cosa mi aveva spinta a partire per quel viaggio, mi domandavo di cosa andassi in cerca da troppo tempo ormai. Erano anni che vagavo come una pallina impazzita da una parte all’ altra del mondo, tra la mia città natale e la ricerca di un posto che diventasse come per magia il Mio Posto Speciale e che nonostante la mia assidua ricerca non riuscivo a trovare. Avevo vissuto in città diverse, avevo viaggiato in lungo e largo attraverso continenti lontani, eppure il Cammino mi aveva reso consapevole che questo continuo peregrinare aveva un significato più profondo, che ero in cerca di qualcosa ma non sapevo bene di cosa si trattasse: forse cercavo il mio porto sicuro, un luogo in cui costruire la vita meravigliosa che sognavo per me stessa; ciò di cui ero certa era che il presente che stavo vivendo non faceva più per me, o forse non lo aveva mai fatto.innamorati sul cammino di santiago

Con gli occhi chiusi, ripensavo alla sera non troppo lontana in cui Lui mi aveva stretto tra le braccia e mi aveva confessato di non essere ancora legalmente separato, pur vivendo da solo da più di un anno ormai. Sul momento non avevo dato importanza alle sue parole, mi erano scivolate addosso come acqua fresca ed io le avevo scrollate via, come si fa con la rugiada del mattino. Ma l’incanto era durato ben poco, quelle parole nella mia mente divennero ben presto forme e quelle forme divennero persone vere,  fatte di carne ed ossa. Persone cui non potevo rimanere indifferente.

Pur consapevole della buona fede di Lui ed anche della mia, non ero riuscita ad evitare di sentirmi così sporca e sbagliata dentro, come se avessi compiuto un torto orribile a qualcuno  anche se di fatto non lo stavo facendo, mi sentivo di essere qualcosa che era meglio nascondere piuttosto che da vivere alla luce del sole e questo mi dava la nausea;

Avevo capito che non avrei saputo aspettare, che non era da me infilarmi in situazioni così complicate ed ambigue anche se tra Lui ed il suo passato era già tutto finito da tempo. Sapevo che per Lui era difficile ufficializzare la sua separazione nero su carta: amava sua figlia più di ogni altra cosa al mondo (e poi con il tempo ho capito il perché) ed aveva deciso di allontanarsi da lei gradualmente, per non farla soffrire.

 Non sapevo ammettere con precisione se lo avevo amato o forse no, forse non intendevo nemmeno rispondere a questa mia domanda: ciò che però sapevo con certezza era che Lui mi entrato nelle ossa quell’ anno e che era stato partecipe di ogni vicissitudine della mia vita, che non sarei mai riuscita a portargli rancore anche se forse sarebbe stato più facile così dimenticarlo.

Sapevo che l’ orribile rivelazione di quella sera ci aveva allontanati per sempre ed era apparsa troppo simile ad un segnale, una sirena che urlava a gran voce che non era ancora arrivato il momento per Lui di fare l’ultimo passo, quello che lo avrebbe reso realmente libero.

 Mentre io volavo verso Santiago, Lui percorreva i chilometri che lo separavano da Roma, ognuno alla ricerca della propria strada.

Sulle spalle oltre al mio zaino portavo il carico di una lettera di licenziamento ed il passaporto per volare lontano, ben oltre Santiago e la sua cattedrale splendente. Avevo ricevuto l’opportunità di volare in Australia per due anni ed ero determinata a coglierla.

Ancora pochi giorni ed avrei abbandonato l’azienda che aveva fatto da teatro al nostro primo incontro, quel giorno lontano di Novembre che portavo stretto nel cuore come un regalo prezioso.

Non sapevo dove mi avrebbe condotta la mia strada, sapevo però che non potevo più rimanere dove mi trovavo in quel momento e che avrei dovuto rimettermi in cerca di quel qualcosa che continuava a sfuggirmi tra le dita, qualcosa a cui non sapevo dare una definizione ben precisa ma sentivo battermi chiaro e forte in ogni parte del corpo ad ogni respiro.

I rapporti tra me e Lui si erano raffreddati, avevamo cercato di prendere le distanze l’uno dall’ altra. Durante il mio Cammino non avevo avvertito l’esigenza di contattare nessuno, come se i miei passi fossero un segreto da tenere per me sola. Ero ancora immersa nei miei pensieri quando arrivò il suo primo messaggio dopo una settimana di silenzio e mi bloccò il respiro:

Quando torni martedì devo dirti una cosa importante”.

Non sapevo di cosa si trattasse ma in quel momento non importava. Infilai il cellulare nella tasca più lontana dello zaino ed asciugai gli occhi: era arrivato il momento di tornare a casa.

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