La Valigia Blu

Mi guardo intorno: vestiti stropicciati che ricordano a malapena che cosa sia un ferro da stiro si accatastano uno sull’altro tra le pieghe delle lenzuola color vinaccia.Poco lontano in un angolo, simili a tanti soldatini allineati, ci sono alcune paia di scarpe, proprio sotto alla finestra che fa da cornice al cielo plumbeo di gennaio.

Non sembra esserci un senso in quell’accozzaglia di colori: accanto agli scarponi di pelle nera sostano un paio di ciabattine di plastica rosa dalla suola consunta, seguite da un paio di mocassini raso suolo ed un paio di decolletè che invece di tacco ne hanno da vendere.

Proprio accanto ad esse c’è una valigia di colore blu notte dai margini leggermente sfilacciati.

Non è molto grande, in realtà è uno di quei semplici trolley da viaggio che tenti in tutti i modi di far passare come bagaglio a mano all’aeroporto: quelli che le hostess ti invitano gentilmente a riporre in quella struttura metallica che sembra non poter contenere null’altro che un beauty microscopico e tu, mentre la fila scorre, ripensi a tutti gli oggetti inutili che hai riposto al suo interno, maledicendoti per questo.

La comprai proprio per questo motivo: piccola, pratica, di tessuto e non rigida perché potessi sfruttarne appieno la profondità e dimensione.

Lo conoscevate questo trucco? Le classiche valigie  di plastica nera , sono ingannevoli: sembrano riempirsi a dismisura ma gli oggetti si deformano al loro interno, schiacciati dalla loro struttura compatta. E lo spazio che pensavi di avere a disposizione si esaurisce prima che tu possa rendertene conto ed è già troppo tardi.

La mia, rivestita in tessuto, sembra plasmarsi in base a ciò che mi ostino a stipare al suo interno. Posso continuare a riempirla, riempirla ancora fin quasi farla scoppiare senza che esaurisca il suo spazio vitale. Sembra magica.

Della mia valigia blu conosco ogni cucitura segreta: so con esattezza che il mio Libro Delle Citazioni entra perfettamente nella sua tasca interna, quella a diretto contatto con il tessuto esterno per intenderci; ho imparato che è meglio lasciarlo sempre avvolto in mezzo ad un sacchetto di plastica, come quelli che si usano per conservare a lungo gli alimenti, perché in caso di pioggia forte potrebbe comunque bagnarsi; quando aggiungo qualche libro di troppo, il profilo della valigia assume i contorni di una collinetta e la zip a malincuore stenta a richiudersi.

Ho imparato  a giocare con gli accessori per apparire sempre diversa agli occhi di un pubblico poco accorto, anche se indosso una semplice t-shirt ed un paio di jeans.

Con il tempo ho suddiviso mentalmente lo spazio interno della mia valigia in 3 settori come fosse una casa.

Di fatto, essa stessa è diventata la mia casa per molto, molto tempo, 9 mesi esatti per l’esattezza. Tutto quello che mi serviva, i miei sogni, le mie speranze ed i miei progetti erano lì, in quel minuscolo spazio vitale, mentre trascinavo la mia vita avanti ed indietro da una casa all’altra come una minuscola lumachina.