7# Farfalle Di Giugno (Parte II)

FARFALLE DI GIUGNO (PARTE II)

Aveva smesso di piovere ed un timido cielo azzurro si era fatto strada sgomitando tra le nuvole plumbee.

Io e Lui camminavamo fianco a fianco avvicinandoci al Duomo.

“Ti faccio assaggiare le schiacciatine più famose di Firenze”

Aveva di certo imparato a prendermi per la gola: nonostante il nodo di emozioni contrastanti che sentivo montarmi dentro, la fame non mi era di certo passata.

Non mi passava mai, accidenti.

Il sacchetto con il libriccino dei Piccoli Animali del Bosco sventolava cozzando contro la sua gamba mentre camminavamo. Mi piaceva moltissimo il suo modo di fare il padre: mi aveva dimostrato tante volte da quel giorno in cui ero salita per la prima volta sulla sua macchina  di esserne uno esemplare;  sapevo fin troppo bene che era merce rara quella che mi trovavo accanto in quel momento e per questo lo stimavo davvero moltissimo.

All’ingresso del locale un simpatico signore con una lunga barba candida ci accolse invitandoci garbatamente ad entrare. Un grande timone svettava proprio sopra la mia testa, accanto ad una rete da pesca che si annodava in morbide onde lungo la parete azzurrina. Mi sembrò di respirare per un attimo la brezza salina del mare.

“E’ un locale famosissimo in Versilia, ha appena aperto a Firenze. E’ un mio cliente”

Era difficile per me immaginare che avesse altri impegni al di fuori di ciò a cui lavoravamo insieme. Dimenticavo sempre che Lui era un libero professionista  e che l’azienda di cui curavamo insieme la qualità interna rappresentava per me l’unica preoccupazione giornaliera, mentre lui doveva districarsi in una fitta ragnatela di non conformità e prodotti, così diversi e distanti tra loro da rappresentare ai miei occhi universi lontani e sconosciuti.

 “Se la metti così… ho anche io qualche asso nella manica da giocarmi in fatto di luoghi “in” a Firenze”

In realtà non ne sapevo proprio niente di locali mondani, anche se il centro di Firenze ne era strapieno ed io abitavo a soli venti minuti da quel mondo scintillante e sfarzoso di cui non avevo mai voluto far parte. Pur avendo solo 28 anni ero famosissima nel mio gruppo di amiche per le mie fughe verso casa allo scoccare della mezzanotte, degne di Cenerentola. Odiavo starmene senza far nulla con un cocktail tra le mani fino a notte fonda, lo avevo sempre detestato: nessun locale fantastico, soprattutto se rumoroso, sarebbe stato capace di farmi cambiare idea.

Eppure, proprio la settimana precedente, in un gesto di folle rassegnazione, mi ero lasciata trascinare nel vortice delle psichedeliche notti del sabato sera ed i ricordi di quel locale bellissimo in cui ero venuta a trovarmi per caso mi tornarono all’istante alla mente.

“Affare fatto allora: andiamoci, cosi fai respirare un po’ di gioventù a questo povero quarantenne”

Il fatto che lui avesse 13 anni in più di me non aveva mai rappresentato un problema nel nostro rapporto. Paradossalmente, trovavo molte più cose in comune con lui che con un qualunque coetaneo. La sua compagnia mi divertiva da sempre e da quando lavoravamo insieme, le mie giornate, in sua presenza, si erano fatte estremamente più piacevoli.

Da azzurro il cielo si adornò di striature dorate e poi arancioni e poi rosse per poi assumere contorni violacei mentre sorseggiavamo i nostri cocktail alla luce soffusa del locale in cui lo avevo condotto; con i colori del cielo cambiavano anche le mie emozioni, che si facevano più intense e profonde, che non riuscivo più a decifrare, io, in genere così pragmatica e risoluta.

“Si sta facendo tardi.

Già

Silenzio.

“… Forse è ora di tornare.”

“Infatti.”

Silenzio.

 “….Che ne dici se rimaniamo a cena e poi ti riporto io a casa invece di prendere il treno? Tanto per me è praticamente di strada…”

Non ero mai stata un asso con l’orientamento, Google Maps era stato eletto a mio fedele alleato fin dai tempi delle prime adolescenziali corse in motorino. Tuttavia, sapevo benissimo che casa sua si trovava a circa un’ora da dove ci trovavamo in quel preciso istante, in direzione diametricalmente opposta alla mia. Ma decisi di fare finta di nulla e permettere alla bolla di felicità che ancora mi avvolgeva di propagarsi ancora ed ancora, fino allo stremo. Ed accettai.

Era ormai notte inoltrata quando decidemmo che era tempo di rientrare a casa: dal finestrino osservavo le luci della città sfrecciarmi accanto, veloci come i miei pensieri, offuscate e confuse come i miei sentimenti.

Davanti al portone lo salutai con fare sbrigativo, forse per paura di dire o fare la cosa sbagliata: in cuor mio però, sapevo che nei miei gesti frettolosi ed un po’ imbranati c’era tutto ciò che stavo provando, tutto ciò che avrei voluto dirgli ma che avevo bisogno di raccontare prima a me stessa per poterlo comprendere ed accettare.

Salii di corsa le scale e mi catapultai davanti allo specchio: vidi una me stessa dalle guance arrossate e gli occhi pieni di stelle.

Dal vetro della mia finestra udii il suono delle prime gocce di pioggia, che  ricominciarono a picchiettare leggere lungo i margini di legno. Mi vennero alla mente i versi di una poesia che amavo profondamente:

Osservavo la pioggia

Domandare al silenzio

Quanti nastri di strade annodavano il cuore..”

Ascoltavo in silenzio i nastri infuocati che annodavano il mio, per la prima volta forse mi concedevo di guardarmi dentro, lì ferma ed immobile come una statua di sale.

… E a nulla valeva ricordarmi che avevo un fidanzato in Germania che mi stava aspettando, era poca cosa il fatto che l’uomo che stava scatenando tutto questo aveva 13 anni più di me, una figlia ed un matrimonio alle spalle.

Quella notte, davanti al vetro freddo, i contorni dell’ombra che ero stata fino a quel momento si assottigliavano sempre più, mentre il mio letargico inverno volgeva alla fine; qualcosa dentro di me stava sbocciando senza che volessi più fermarlo, come una delicata farfalla dalle ali ancora umide.

 

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