#9 Profumo di Gelsomino Parte I

# Profumo di Gelsomino Parte I

“Stasera passo a prenderti e ti porto a cena, nessuna scusante: fatti trovare alle 20:00 in punto davanti al Castello, cara Principessa (certo che solo tu potevi abitare realmente dietro ad un Castello, rende tutto molto più romantico)!”

Le strade della mia città erano invase da una moltitudine di facce, un sacco di persone uscite a godere dei caldi raggi del sole che già annunciavano l’estate imminente.

Continuavo a macinare chilometri lungo le strade affollate sperando di trovare in tutti quei passi la risposta giusta a quell’invito.

Accetto Non Accetto Accetto Non Accetto…

Per ogni singolo passo trovavo un motivo valido per Accettare ed uno altrettanto valido per Non Accettare.

Accetto Non Accetto Accetto Non Accetto…

Ripensavo alla sera in cui Alberto Angela era stato testimone indiretto del nostro sfiorarci da lontano, alla mia copertina sotto cui avevo rifugiato le ginocchia che continuavano a dinoccolarsi in un dolce tremolìo di timore ed insicurezza; a quel puntino rosso impavido sulla mappa che se ne stava lì ad indicarmi la strada verso una vita diversa da quella che avevo immaginato per me stessa.

Accetto Non Accetto Accetto Non Accetto….

A quella notte tesa davanti al mio specchio in cui avevo visto nel mio riflesso tutto ciò che ero e che stavo provando; a come avevo raccolto il mio sentimento ancora così piccolo e delicato come un fiore, alle mie nuove ali che osservavo asciugarsi e farsi forti, che sbattevano l’una contro l’altra palpitanti di vita, pronte a spiccare il loro primo volo.

Accetto Non Accetto Accetto Non Accetto…

… Alla nostra prima gita a Bologna che mi sembrava ormai un ricordo lontano, (che mi era apparsa così innocua quando l’avevo vissuta!!!) e che aveva segnato l’inizio di un cammino lento, un bivio in cui avevo scelto senza rendermene conto la strada che avrei percorso, guidata solo dal mio cuore, la mia più perfetta bussola interiore.

Davanti a me una coppia si strinse teneramente la mano. Ascoltai di sottecchi i loro risolini, mentre lui le passava una mano tra i capelli e la stringeva forte a sé.

Quante volte nel corso di quel lungo anno che avevo trascorso imparando a vivere da sola la mia quotidianità avevo desiderato che qualcuno mi accarezzasse in quel modo?

Lei lo guardava con uno sguardo così carico d’amore da farmi sussultare, perché in quello stesso sguardo scorgevo il mio quando Lui arrivava trafelato la mattina portandomi la colazione. In ogni loro gesto c’eravamo Noi quando, stanchi morti, ci ritiravamo nella nostra ora d’aria e nella nostra bolla di felicità per sorseggiare un caffè insieme, il nostro piccolo rito segreto.

Accetto.

Un attimo dopo correvo verso casa come un fulmine, il cuore che batteva all’impazzata. Mi piantonai davanti all’armadio:

“Cosa mi metto, cosa mi metto cosa mi metto…”

Volevo improvvisamente sentirmi Bella. La dolce frenesia che pervade ogni donna al suo primo appuntamento mi invadeva prorompente, volevo essere Bella senza far capire di aver faticato per esserlo.

La mia camera era diventata un vero e proprio campo di battaglia: ovunque si scorgevano vestiti stropicciati, blandi tentativi di abbinamento che giacevano scartati ai margini del letto.

Poi lo scorsi laggiù in fondo, sembrava chiamarmi: il mio vestito blu, il colore del nostro amore così assurdo ed appena nato. Niente tacchi, non sono per niente una donna da tacchi. Piuttosto un paio di anfibi neri. Un controsenso, come quello che sentivo nascere dentro al mio cuore.

Mi avviai verso il Castello alle 20 in punto, con un piccolo ombrellino alla mano ed un nodo alla gola.

Aveva cominciato a piovere, proprio come quel giorno di Giugno in cui avevamo percorso insieme le strade di Firenze verso la Specola.

Lo vidi correre verso di me sotto la pioggia. Era sempre il solito, si sarebbe bagnato tutto. Era bellissimo.

“Per fortuna che ci sei tu a pensare agli accessori”

mi disse rifugiandosi al riparo del mio ombrellino striminzito.

“Posso?”

 Attorcigliò un braccio intorno al mio con naturalezza, come se fosse sempre stato quello il suo posto, nel tentativo di starmi più vicino e ripararsi così dalla pioggia. Non eravamo mai stati così vicini e quel lieve contatto mi accarezzò la pelle facendomi rabbrividire di piacere.

Cosa mangiamo? Carne o pesce?”

“Ehm beh, ecco io non ci ho proprio pensato…”

La mia sfacciataggine si era rinchiusa in un cassetto. Rovistavo nella mia memoria per cercare un posto che potesse essere all’altezza di quella strana serata. Che diamine, era la mia città: mi doveva pur venire in mente qualcosa!!!

Capitammo proprio davanti ad uno dei miei ristoranti preferiti e mi sentii quasi svenire dalla felicità: come avevo fatto a non pensarci prima??

Un attimo dopo eravamo seduti al nostro tavolo, emozionati, davanti a noi si delineava il nostro lunghissimo Primo Appuntamento.

Eravamo perfetti ed eravamo insieme. Non desideravo nient’altro al mondo.

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